E’ appena terminata la Settimana Europea della Mobilità Sostenibile e in tutte le città, compresa Genova, si sono moltiplicati gli eventi e le possibilità di sviscerare l’argomento in tutte le sue sfaccettature.

Genova poi, lo sapete bene, è del tutto particolare e vive la sua mobilità affrontando eventi prevedibili e non (dai più tragici come la caduta del Ponte Morandi o le alluvioni, a quelli imposti dalle previsioni/pianificazioni come le allerte meteo o i trasporti eccezionali per la ricostruzione del Ponte, a quelli decisi dal Sindaco che dopo aver promesso il tram finalmente ci presenta…un filobus da 24 metri che fa a pugni non solo con le strade della città, ma anche col Codice della Strada).

Io ho cercato di impegnarmi in questa settimana e ho usato come mezzi di trasporto…esattamente quelli che uso ogni settimana da quando io mi ricordi: i miei piedi, l’autobus, la metro, il treno.





Quando abitavo a Novi Ligure usavo anche la bicicletta e spesso, ma ora non lo faccio perché ho paura della scarsa attitudine a rispettare le regole di molti automobilisti e scooteristi o anche perché sono diventata più pigra o più probabilmente perché dover guidare un mezzo mi fa perdere parte del mio tempo libero.

In famiglia abbiamo una sola auto (ibrida) e la usiamo veramente poco, sicuramente non tutti i giorni e praticamente mai in città.

Io, ad essere sincera, ho la patente, ma non guido da molto tempo, sicuramente da quando ho cominciato ad abitare a Genova stabilmente.

Mio figlio ha 20 anni, ha la patente, ma non è un amante dei “motori”, quindi la usa quando lo ritiene strettamente necessario, ad esempio mai per andare all’università.

Io, quando sono arrivata a Genova per l’università, cioè da oltre 30 anni, ho preso la decisione di non avere un’auto mia per muovermi in città (per un breve periodo ho avuto uno scooter 50, ma ho lasciato presto per scarso entusiasmo).





Non lo faccio solo per l’ambiente, anche se ritengo che la nostra scarsa attenzione per i problemi ambientali, climatici, ma anche di salute per ciò che respiriamo ogni giorno, si possa ben misurare dalle innumerevoli auto occupate solo nel posto di guida che vediamo circolare.

Lo faccio perché mi fa vivere la vita con più serenità, mi conforta nei momenti tristi, mi permette di pensare, di leggere e perché no, di scrivere anche appunti per questo articolo.

Mi spiego meglio.

Andando al lavoro, il tragitto in treno o in autobus mi permette di dare un ultimo “ripasso” a quello che devo fare o dire e di entrate in classe o dal cliente già immedesimata nella “parte” (lasciatemi passare la frase un po’ teatrale).

Durante gli spostamenti della giornata (cerco spesso di incastrarmi gli appuntamenti in modo che siano geograficamente nella stessa zona) spesso faccio il tragitto a piedi, guardando i negozi, raggiungendo i miei bar preferiti per bermi il caffè desiderato, cercando di notare cosa succede per le strade della mia città, osservando le persone.

Dopo una giornata di lavoro (da cui a volte rientro soddisfatta, ma a volte ho bisogno di tirare un forte respiro) con l’aggiunta di extra-tempo per dedicarmi ad una riunione di Possibile o alle altre innumerevoli incombenze che tutti noi cerchiamo di incastrare nelle nostre giornate, non riesco a pensare di dover ancora guidare fino a casa, dovendo mettere ulteriore attenzione per il traffico, i parcheggi, il pieno di benzina.





Salgo sull’autobus, più spesso sul treno, cerco di leggere un po’ e, perché no, guardo i social o prendo appunti per qualcosa che mi voglio ricordare di fare/scrivere nei giorni successivi.

Scendo nella mia zona, gli ultimi acquisti e ritrovo casa con marito e figlio che hanno utilizzato entrambi i mezzi e i piedi per andare al lavoro e all’università e a cena c’è spesso qualche aneddoto da raccontare sulla variegata umanità che incontriamo sul nostro cammino.

E’ vero che per permettermi questo stile di vita devo spesso alzarmi prima di quanto farei se utilizzassi auto o moto e spesso rientro più tardi di quanto potrei con altri mezzi. E’ vero anche che mi capita di “camallare” i pesi delle mie spese o di scegliere cosa fare perché a tutto non arrivo.

Però vi assicuro che quando c’è qualcosa che non va, una giornata storta, un momento famigliare difficile, camminare e stare in mezzo alla gente, leggersi qualche pagina di un buon libro, mangiare un gelato mentre passeggio mi rilassa, mi regala un po’ di tempo libero e mi permette di evitare di entrare in casa portando il mio nervosismo eventualmente accumulato in giornate no.

Tutto questo oggi diventa ancora più importante con il nostro pianeta così in difficoltà, mi direte, ma le tue piccole passeggiate cosa vuoi che possano migliorare?

Migliorano, migliorano e lo capisco quando passo a piedi accanto ad un passeggino, ad una persona in carrozzella o ad un/a bimbo/a nel triciclo o biciclettina, i loro visi sono proprio all’altezza degli scarichi di auto e moto e non desidero che quello scarico sia il mio.

La parte più difficile è farlo capire ai datori di lavoro e ancor prima a chi fa i colloqui, quando tra le prime domande (per una volta bisex) troviamo: “Ha la patente? Possiede l’auto? Lo scooter?” “Mi spiace ma senza l’auto non possiamo assumerla, abbiamo bisogno che arrivi al lavoro in orario!”





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Novese di nascita, genovese per amore. Laureata in informatica. Vivo in equilibrio tra il lavoro di formatore, il tentativo di creare software senza errori, la lotta alle ingiustizie sul lavoro e la passione per la storia e condivido tutto con mio marito e mio figlio.

Inguaribile possibilista del Comitato Full Monty di Genova.

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Novese di nascita, genovese per amore. Laureata in informatica. Vivo in equilibrio tra il lavoro di formatore, il tentativo di creare software senza errori, la lotta alle ingiustizie sul lavoro e la passione per la storia e condivido tutto con mio marito e mio figlio.

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