Un numero sempre maggiore di persone comincia a prendere coscienza dell’emergenza climatica e ambientale e, nell’intento di coinvolgere una fetta sempre più ampia della società e i governi, riempie i social di foto a testimonianza, commenta notizie, firma petizioni online, acquista tramite e-commerce prodotti eco-sostenibili e e-book di approfondimento, salva sul cloud le notizie e le immagini che ritiene importanti allo scopo.

Stiamo andando verso la strada giusta!

Ecco il primo commento che viene in mente.

Tutte le pratiche che ho descritto sembrerebbero molto “green”, permettono di consumare meno carta, di ridurre i nostri spostamenti con l’e-commerce, di evitare la stampa di foto e quindi l’uso dei prodotti per i bagni chimici utili al loro sviluppo e di inchiostri per la stampa, limitano la creazione di rifiuti, ecc.

Non esattamente, purtroppo.

La tecnologia ha radicalmente cambiato la nostra vita, ma più tacitamente di altri settori, quello IT ha dato il suo contributo ai problemi ambientali che dobbiamo affrontare.

Nuovi dispositivi sostituiscono i vecchi a grande velocità, lasciando una scia di rifiuti elettronici.

L’argomento non è nuovo e l’informatica verde (green-computing o green IT) ormai da anni si occupa di informatica ecologicamente sostenibile in tutte le sue forme che vanno dalla riduzione del consumo di energia elettrica (con conseguente riduzione di emissione gas ad effetto serra), allo smaltimento corretto o riciclo dei componenti elettronici, alla progettazione di nuovi componenti a basso consumo.

Inoltre già nel 2004 l’ONU prese in esame l’impatto ambientale dei PC ottenendone un quadro preoccupante.

I dati ottenuti mostravano che per la realizzazione di un computer tradizionale di quegli anni era richiesto complessivamente l’utilizzo di 1,5 tonnellate d’acqua, 22 chili di sostanze chimiche e almeno 240 chili di combustibili fossili. 

Si registrava inoltre la vendita di circa 130 milioni di computer nel mondo ogni anno, nuovi o a rimpiazzare gli esistenti.

Forse i dati di produzione oggi sono migliorati con la ricerca, ma nonostante questo, sempre secondo l’ONU, oggi ogni anno si devono smaltire da 20 a 50 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici.

Lo so, vi state annoiando a leggere, fin qua non ho detto niente di nuovo, sono cose che tutti noi sappiamo anche perché ogni volta che compriamo un nuovo apparecchio tecnologico ci fanno pagare il contributo RAEE che dovrebbe finanziare le operazioni di riciclo e smaltimento dei vecchi apparecchi.

Ne siete tutti sicuri?

Inchieste dell’Espresso (la trovate QUI), o anche dell’Internazionale (la trovate QUI), ci raccontano una realtà diversa. (Spero abbiate la pazienza di leggerle per rendervi conto).

Nonostante con questa imposta si raccolgano annualmente 4 miliardi di euro, si calcola che almeno 2/3 dei rifiuti tecnologici non raggiunga mai un impianto di smaltimento omologato, perché è molto più conveniente mandarlo in Africa.

Per riciclare un computer in Germania, infatti, ci vogliono 3,5 euro, mentre smaltire un monitor in Francia ce ne vogliono 5. Inviare un qualsiasi apparato in un container in Ghana non costa più di 1,5 euro.

A meno che non siamo tra quelli che considerano cinicamente tutto questo un “li aiutiamo a casa loro creandogli lavoro” degno della peggiore politica contro l’immigrazione, abbiamo più di un motivo per indignarci.

Se vi chiedeste quanto sono tossici i rifiuti di cui stiamo parlando e quale sia il motivo per cui si debbano smaltire con particolari procedure, sappiate che contengono piombo (circuiti, schede madri, monitor di vetro), cadmio (saldature, protezioni contro la corrosione, coloranti in plastica e pulsanti di contatto a relè), mercurio (monitor e batterie), arsenico (semiconduttori) e cloruro di polivinile.

Credo sia inutile che vi elenchi gli effetti di questi materiali.

Per fortuna comincia ad esserci un po’ di consapevolezza e un certo interesse ad una economia circolare che si occupi di recuperare tutte le parti riutilizzabili dei nostri rifiuti tecnologici per dargli nuova vita, come dimostra una recente tavola rotonda tenutasi alla Fiera di Parma: e-Waste 4.0 “Vantaggi economici, trappole burocratiche e benefici ambientali, ovvero l’arte di gestire, trattare e trasformare in risorse gli scarti industriali”.

Ma come mai sostituiamo i nostri inseparabili compagni di ogni giorno così rapidamente? Siamo tutti così viziati e seguaci della moda? Amiamo le apparenze? Siamo tecnologicamente avanzati?

Un nostro smartphone, tablet, pc, netbook, e-book, ecc. dura in media da 2 o 3 anni.

A volte è colpa nostra, a volte dei regali che ormai sono diventati usuali a Natale, al compleanno, alla promozione a scuola, ecc., ma non dobbiamo darci sempre la colpa.

Avete mai sentito parlare di obsolescenza?

Alcune volte tecnologie migliori rendono superati i dispositivi (obsolescenza tecnica), altre volte sono la pubblicità e la moda a farci cambiare idea (obsolescenza simbolica), ma molto spesso ciò accade per la scoperta di un “difetto di produzione” inserito intenzionalmente (obsolescenza programmata).

Quando si parla di obsolescenza programmata spesso la nostra mente ci riporta a tutte le volte in cui cercavamo un pezzo di ricambio per un’apparecchiatura datata qualche anno e immancabilmente ci veniva risposto che non era più prodotta ed eravamo costretti a gettare qualcosa che avrebbe potuto funzionare ancora bene con una piccola manutenzione.

Nonostante le discussioni nell’UE sul cosiddetto “diritto di riparazione”, ancora nulla è deciso e noi ci troviamo in balia di produttori più o meno virtuosi.

Ma è solo di questo che ci dobbiamo preoccupare?

A ottobre 2018 due colossi di cui ci fidiamo ciecamente quando dobbiamo acquistare un nuovo smartphone sono stati multati, perché accusati di provocare l’obsolescenza programmata dei loro dispositivi, allo scopo di indurre la clientela all’acquisto dei nuovi modelli.

Parlo di Apple e Samsung.

I nostri smartphone e tablet si aggiornano “a nostra insaputa” e spesso in modo obbligatorio (cioè in alcuni casi non possiamo scegliere se accettare o meno l’aggiornamento, pena l’inutilizzabilità dell’app, ad esempio).

Aggiornano il sistema operativo, le app che abbiamo installato, scaricano nuovi sw che ci rendono più facile l’utilizzo.

Ha senso proporre nuovi aggiornamenti anche per dispositivi vecchi, col rischio di rallentarli?

E se non ha senso, è meglio tagliarli fuori da qualsiasi aggiornamento, rendendoli vulnerabili alle minacce digitali o privandoli delle app più recenti?

Vi faccio un esempio.

Microsoft ha deciso da un po’ di non continuare la produzione dei suoi cellulari Lumia con Sistema Operativo Windows e di conseguenza arriva la notizia che WhatsApp non sarà più disponibile su alcuni di questi smartphone dal 1 gennaio 2020, costringendo molti utenti che utilizzano la app a cambiare mobile, a imparare un altro sistema operativo, a capirne il funzionamento, quando forse sarebbe bastato escludere quei modelli dall’aggiornamento e lasciare quegli utenti a gestirsi le loro chat con la vecchia e funzionante versione.

Dopo questi aggiornamenti notiamo che il nostro cellulare è lento, si blocca, si spegne da solo, consuma la batteria in un batter d’occhio e pensiamo: “non ce la fa più! E’ vecchio, superato! Lo cambio”, forse non lo state facendo proprio di vostra spontanea volontà.

In questo articolo trovate i “trucchi” che vi ho raccontato, ma anche altri che le case produttrici usano per farci cambiare, ad esempio, le cartucce delle stampanti quando contengono ancora il 20% di inchiostro, ecc.

La conclusione è che “viene difficile puntare il dito contro l’obsolescenza programmata e l’azione dell’Antitrust è servita a tracciare una sorta di flebile linea di confine tra ciò che è lecito e ciò che proprio non può esserlo.”

Concludo anch’io dicendo che concordo con chi dice che il GREEN-IT è un imperativo, non un’opinione e che se lo sviluppo della tecnologia è inevitabile, dobbiamo fare in modo che questo avvenga in linea con le esigenze ambientali e sociali di oggi.

Occorre fare anche attenzione al green-washing, cioè, come definito nel glossario del marketing:

“pratica abbastanza diffusa, non sempre lecita, associata a quelle aziende che si servono della comunicazione per attribuire valenze di carattere ambientale alle proprie attività, nonostante nella realtà esse siano guidate solo in parte, o non lo siano affatto, da logiche di marketing sostenibile.

Si tratta, per lo più, di operazioni di facciata, come campagne pubblicitarie dal contenuto ingannevole che cercano di far passare le normali attività dell’impresa come più sostenibili di quanto siano nella realtà.”

Tutti i consumatori hanno una vita difficile, ma chi vuole anche rispettare l’ambiente ancora di più.

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Novese di nascita, genovese per amore. Laureata in informatica. Vivo in equilibrio tra il lavoro di formatore, il tentativo di creare software senza errori, la lotta alle ingiustizie sul lavoro e la passione per la storia e condivido tutto con mio marito e mio figlio.

Inguaribile possibilista del Comitato Full Monty di Genova.

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