Questa non è una storia industriale come tante altre che si sentono in questi tempi bui.

Anche se può sembrare, non è una storia di industriali che creano un’azienda e poi la vendono per fare profitto, non è una storia di eredi che litigano e svendono al miglior offerente, non è una storia di delocalizzazione, anche se, per come è finita, può sembrare una storia come tutte le altre.

E’ anche una storia di accoglienza e integrazione, anche se sembra non c’entrare nulla, una storia di sociale di cui tanto oggi si sente il bisogno.

Mi ci sono voluti un po’ di giorni prima di riuscire a scrivere sulla notizia della chiusura dello stabilimento di Novi Ligure della Pernigotti.

Da quando l’ho letta non ne ho parlato con nessuno, ho fatto finta di niente, ma quello stabilimento, per me che sono nata e cresciuta a pochi metri, fa parte della mia infanzia, della mia adolescenza e della storia della mia famiglia.

Mia madre aveva lavorato alla Pernigotti.

Quando aveva cominciato a lavorare a Novi c’era l’imbarazzo della scelta: Pernigotti, Novi, Bioindustria Farmaceutica, Vosa, Ilva, ecc., ma era arrivata lì perché, mi raccontava, suo padre, mio nonno, aveva fatto la Prima Guerra Mondiale con Paolo Pernigotti che era suo ufficiale oltre che suo coetaneo e con cui era rimasto legato dai duri momenti passati in trincea.

Erano anni di lotta operaia, ma anche di gioia per una produzione conosciuta ovunque, per le conquiste dei diritti ottenute e per la creazione di nuovi prodotti dolciari che andavano incontro ai gusti di un’Italia che si rinnovava.

Mi faceva ridere mio padre quando mi raccontava che andava ad aspettare mia madre a fine turno e che nonostante la doccia profumava di cioccolata e lei ribatteva che lui (operaio dell’Ilva) odorava di ferramenta.

Me l’immaginavo quella coppia che andava a braccetto nell’Italia del boom economico e sognava.

Dai ricordi dei racconti di mia madre negli anni ’70 la Pernigotti aveva circa 750 dipendenti.

Ogni anno a Natale arrivava il pacco dono con il bel marchio (torrone, cacao amaro, cioccolatini, budini, …), non so se arrivasse perché mia madre era stata una loro dipendente o per quale altra ragione, ero una bambina e non me lo chiedevo, ma per me aprirlo con le mie sorelle era una festa.

Fra ragazze/i della città c’era una sorta di derby fra chi tifava Pernigotti e chi Novi Dolciaria, a seconda di dove lavoravano i genitori (inutile che vi dica da che parte stavo) e ci si infervorava a difendere questo o quel prodotto come migliore.

Poi tutto cambiò nel 1980.

Paolo e Lorenzo Pernigotti di 17 e 13 anni figli di Stefano Pernigotti e nipoti di Paolo perdono la vita improvvisamente in un incidente stradale in Uruguay dove erano andati a trovare i parenti e dove esistevano stabilimenti per la lavorazione del cacao.

Un camion contromano travolse l’auto dove si trovano i ragazzi.

La famiglia Pernigotti non avrebbe avuto la sua quinta generazione.

Resta una statua nel cimitero di Novi Ligure che è grande, che si vede, una statua con due fratelli, due ragazzini che si abbracciano e si guardano sorridendo felici.

La fine della Pernigotti arriva in quei giorni, in realtà.

Stefano e Attilia (sua moglie) continuano ancora un po’ senza più entusiasmo e poi soli e senza eredi vedono il futuro inutile e decidono di vendere, ma si preoccupano che stabilimento e dipendenti restino in buone mani.

La famiglia Averna di importanti imprenditori italiani di lunga generazione sembra rispecchiare l’idea e il percorso della famiglia Pernigotti ed è a loro che viene ceduta la tradizione.

Stefano e Attilia si ritirano a Milano e aprono l’associazione San Marco: un centro di accoglienza e formazione per stranieri dedicato ai loro figli

La descrizione su Facebook recita:

COME SIAMO NATI

La comunità ha sede nel centro storico di Milano, nei locali della Chiesa di San Marco. Nacque nel 1980 con il sostegno e per volontà dei coniugi Pernigotti. Inizialmente, venivano ospitati e aiutati dei giovani eritrei; dal 2000 vengono sostenuti negli studi una cinquantina di ragazzi provenienti da America Latina, Filippine, India, Sri Lanka, Bangladesh, e non solo.

CHI SIAMO.

Siamo un’associazione che cerca di favorire l’accoglienza e promuovere l’integrazione di figli di immigrati fra i 10 e i 16 anni, bisognosi di migliorare la conoscenza della lingua italiana e di altre materie per aiutarli a inserirsi meglio nelle scuole che frequentano.

A noi di Novi Ligure da quel momento rimaneva il ricordo che ogni anno si ripete col “Memorial Paolo e Lorenzo Pernigotti” dove i ragazzi delle associazioni calcistiche locali hanno l’occasione di gareggiare con giovani di squadre professionistiche, un evento sportivo importante per la città.

E oggi i turchi di Toksoz (a cui Averna vendette la parte dolciaria, mentre la parte di produzione di liquori andò alla Campari che ha anch’essa uno stabilimento a Novi) chiuderanno lo stabilimento che è nato a Novi Ligure nel 1860 e lasceranno a casa dall’oggi al domani più di 100 lavoratori che, se va tutto bene, accederanno ad un anno di cassa integrazione e due anni di Naspi.

Oltre il danno la beffa: il marchio resterà nelle loro mani e lo potranno usare vendendo prodotti dello storico marchio fabbricati in Turchia (dove hanno uno stabilimento modernissimo) utilizzando nocciole (per i famosi Gianduiotti) e prodotti turchi e per chi, magari oltreoceano, non ha seguito la storia, diventeranno l’emblema di un falso Made in Italy.

Io resto qui a pensare a cosa sarebbe successo se quell’incidente non ci fosse mai stato, se Paolo e Lorenzo con le loro nuove energie, con la possibilità che avrebbero avuto di studiare e girare il mondo, con l’amore che avevano per Novi dove stavano crescendo in mezzo a tutti noi della loro età fossero ancora qui a guidare lo stabilimento, mentre Stefano e Attilia si sarebbero ritirati e avrebbero comunque pensato al sociale, come hanno fatto, perché questo era stato comunque nei loro pensieri sempre.

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Novese di nascita, genovese per amore. Laureata in informatica. Vivo in equilibrio tra il lavoro di formatore, il tentativo di creare software senza errori, la lotta alle ingiustizie sul lavoro e la passione per la storia e condivido tutto con mio marito e mio figlio.

Inguaribile possibilista del Comitato Full Monty di Genova.

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