Ci risiamo, piove, tira vento (si, è vero, questa volta è stato un vento eccezionale, non lo si può negare) e ci ritroviamo a piangere persone morte e a contare i danni causati dal maltempo.

In rete, circolano le foto del disastro e solo per restare qui, nella mia Liguria e nella mia provincia (Genova), Boccadasse, il borgo-gioiello in città, non lo si riconosce quasi più per il livello di devastazione, Portofino, è isolato perché la strada che lo collega a Santa Margherita è distrutta in più punti…

E di nuovo si leggono i soliti proclami, si parla di emergenza e si cerca di quantificare i danni; si spenderanno, di nuovo, tantissimi soldi per ripristinare, dove sarà possibile, ciò che è andato distrutto e di nuovo, con la scusa dell’emergenza e perché il tempo a disposizione è poco, perché si deve tornare alla normalità in fretta, non si baderà troppo alla qualità dei lavori, la messa in sicurezza comporterebbe troppi vincoli da rispettare in fondo.

“Il clima è impazzito!” è una delle frasi che sentiamo sempre più spesso ed in effetti, un evento meteorologico che ha tutte le caratteristiche dell’uragano, mai avremmo pensato di viverlo qui, in un paese affacciato su un mare chiuso come è il Mar Mediterraneo.

Però… però, pensiamoci: da quanti anni, quella stirpe catastrofista ecologista ci sta avvisando che stiamo devastando il pianeta? Quanti e quante di voi, gioivano la settimana scorsa perché a fine ottobre in Liguria era ancora possibile andare al mare e fare il bagno? Quante e quanti tra voi danno ascolto a chi da anni sostiene che le uniche grandi opere necessarie a questo Paese, sono tutte quelle piccole opere che servono alla sua messa in sicurezza? Quanti e quante tra voi, hanno chiaro che l’unico problema di sicurezza che realmente va affrontato subito nel nostro Paese è quello che riguarda i territori in cui viviamo?

E così, dopo ogni tragedia, stringiamo i denti, ci rimbocchiamo le maniche e cominciamo a raccogliere detriti, spalare fango, ripristinare… a Genova, abbiamo acquisito una non certo invidiabile esperienza nel fare tutto ciò; abbiamo persino creato una categoria: “gli angeli del fango”, meravigliose persone che si mettono a disposizione della città e in pochissimo tempo, permettono alla nostra Genova di tornare bellissima.

Una cosa, rispetto a questa normale routine, mi ha però colpito in questi giorni e riguarda proprio i commenti alle foto cui accennavo all’inizio: finalmente si ammette la responsabilità che abbiamo in tutto quello che sta capitando, finalmente ci si rende conto che sono proprio i nostri comportamenti quelli che stanno causando questo impazzimento del clima e questa sembrerebbe una buona notizia, se non che, a fronte di una più o meno generale presa di coscienza, si riscontra anche una sorta di rassegnazione per cui “ormai è troppo tardi” e con questa affermazione, in sostanza ci si autoassolve già, per non avere intenzione di fare nulla per almeno provare a cambiare le cose.

E’ vero, è tardi, tardissimo direi, ma non è tutto perduto, non dobbiamo arrenderci senza neanche averci provato, lo dobbiamo alle generazioni future, dobbiamo fare questo sforzo, questa volta di imporci che le cose siano fatte, non velocemente, ma bene.

Dobbiamo impegnarci perché la riduzione delle emissioni sia reale e veloce, dobbiamo smetterla di saccheggiare il territorio, di costruire in luoghi che abbiano dei vincoli (siano essi paesaggistici o di sicurezza).

Tutte e tutti quanti noi, possiamo fare piccole azioni che vadano ad impattare positivamente sul pianeta, producendo meno rifiuti ad esempio e non mi riferisco solo alla pattumiera che abbiamo in cucina: pensiamo ai telefonini che cambiamo appena esce il modello nuovo (qui tra l’altro ci sarebbe da aprire un discorso sullo sfruttamento nelle miniere di coltan, minerale indispensabile per le batterie dei nostri preziosi smartphone), pensiamo alla “moda fast” e a tutti i capi che compriamo e buttiamo dopo pochi utilizzi, perché “tanto l’ho pagato poco!”, pensiamo alla plastica che avvolge quasi ogni acquisto che facciamo nei supermercati.

Possiamo iniziare ad adottare tutte quelle buone pratiche che ci vengono ripetute da anni: sprecare meno acqua, tenere il riscaldamento domestico ad una temperatura tra i 19 ed i 21 gradi, cercare di privilegiare il trasporto pubblico o dove e se possibile la bicicletta, insomma piccoli gesti che non cambierebbero troppo la nostra vita, ma che se messi in atto a livello globale, avrebbero un impatto di un certo rilievo.

Poi ovviamente c’è la politica, che dovrebbe preoccuparsi da subito, di mettere in atto azioni di tutela e di messa in sicurezza del territorio, di conversione ecologica.

Al momento però, quel che vediamo è un condono edilizio per l’isola di Ischia e per i luoghi colpiti dal sisma in centro Italia; anche questa volta ci pare che la classe politica al governo, nonostante l’età anagrafica abbastanza bassa rispetto al passato, dimostri una visione antica priva di una prospettiva sul futuro.

Non è ancora troppo tardi, ma dobbiamo fare presto, prima che la distruzione di questo Pianeta, diventi un processo irreversibile.

Per ulteriori approfondimenti e solo a titolo esemplificativo, vi invito a leggere i seguenti articoli, (ce ne sono molti altri sul sito di Possibile che con le campagne #primadeldiluvio e #bastaamianto dimostra la sua matrice ecologista):

https://www.possibile.com/mobilitiamoci-contro-lunica-paura-che-dovremmo-avere-tutti-primadeldiluvio/

https://www.possibile.com/appello-manifesto-primadeldiluvio/

https://www.possibile.com/liberi-produrre-scambiare-energie-rinnovabili-primadeldiluvio/

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Autrice

Classe 66. Nata e cresciuta a Genova. Ho studiato russo al Liceo Deledda, mi sono laureata in Economia e Commercio. Lavoro come impiegata amministrativa. Ho una figlia.
Sognatrice, ma coi piedi ben piantati a terra. Co Portavoce del Comitato Possibile Full Monty di Genova.

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