L‘Italia è una repubblica fondata sul lavoro, cita la Costituzione del nostro Paese; “chi non lavora, non fa l’amore“, diceva una famosa canzone quando ancora ci si poteva permettere di dare del fannullone a chi non lavorava (il maschile è voluto, proprio perché a quell’epoca il lavoro femminile non veniva granché preso in considerazione ai fini del mantenimento familiare… a pensarci bene, le cose non sono cambiate molto).

“Lavoro” è una parola di cui ci si riempie la bocca spesso: il lavoro nobilita, dignità del lavoro, il costo del lavoro.

Ma nella realtà, sembra che col passare degli anni il lavoro stia perdendo tutte le caratteristiche nobili, diventando sempre di più un COSTO.

Ci avete fatto caso, che chiunque proponga una nuova ricetta per far ripartire l’economia, metta sempre al primo posto la riduzione del costo del lavoro? 

I dati confermano che il costo del lavoro in Italia è già più basso di quello di altri Paesi europei (per non parlare dei salari che arrivano in busta paga a chi lavora) e come si evince da questo articolo, siamo l’unico paese in cui il costo già diminuisce.

L’unica idea a cui sanno appellarsi gli Esperti per far risorgere l’Italia, è sempre e solo quella di ridurci ad una massa di schiave e schiavi senza diritti e senza tutele (ovviamente, lo dicono meglio e meno direttamente di così).

Fateci caso: hanno iniziato a rendere il lavoro precario, perché il posto di lavoro a tempo indeterminato (per la vita, dicevano) era anacronistico.

Poi hanno iniziato a ridurre i tempi (vuoi mettere una persona con una certa anzianità di servizio a tempo pieno, rispetto a un paio di giovani part time? Un indubbio risparmio); poi si è abolito l’articolo 18 (anacronistico pure quello, vero?)…

E così siamo arrivati al capolavoro dell’attuale governo gialloverde, quello che prometteva l’abolizione della precarietà e della povertà: il taglio delle aliquote INAIL che le imprese pagano per i propri e le proprie dipendenti.

Dal primo gennaio…

Dal primo gennaio, ho iniziato a tenere, senza nessuna pretesa di precisione statistica, un database degli infortuni sul lavoro: il primo morto di quest’anno è stato un ragazzo di 28 anni, Massimo Aliseo, ad Agrigento il 2 gennaio, gli ultimi che ho registrato, sono 4 persone di età variabile dai 44 ai 65 anni morte tutte il 24 Aprile. In tutto, ho registrato 109 morti al 24 aprile oltre a quasi 400 incidenti sul lavoro con conseguenze più o meno gravi.

Analizzando i dati in modo “matematico” dal 1 gennaio al 24 aprile, sono trascorsi 114 giorni, ciò significa che ricaviamo una poco invidiabile media di quasi un morto al giorno, per quanto riguarda gli incidenti sul lavoro invece, saliamo ad almeno quasi 4 persone infortunate al giorno; vi sembrano poche?

Non è giunto il momento di restituire al lavoro la dignità che merita e di renderlo sicuro?

Fino a che punto siamo disposte e disposti a barattare i nostri diritti in cambio di una presunta modernità?

Non rendiamo il Primo maggio una vuota celebrazione, non cadiamo nella trappola di privare questa giornata del suo significato più profondo, torniamo a credere che i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici siano intoccabili e non un privilegio di alcune categorie come ci hanno portato a pensare nel tempo; perché riconquistare ciò che abbiamo perduto, diventerà sempre più difficile.

Lo dobbiamo a chi è morto sul posto di lavoro e lo dobbiamo a chi è costretta o costretto a farne parecchi di lavori, perché uno solo, non garantisce la sopravvivenza.

Buon primo maggio e che sia e rimanga, di lotta.

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Autrice

Classe 66. Nata e cresciuta a Genova. Ho studiato russo al Liceo Deledda, mi sono laureata in Economia e Commercio. Lavoro come impiegata amministrativa. Ho una figlia.
Sognatrice, ma coi piedi ben piantati a terra. Co Portavoce del Comitato Possibile Full Monty di Genova.

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