Il sisma che ha colpito il Centro Italia, ormai quasi un anno fa, ha cambiato la vita delle persone, le loro abitudini, la loro quotidianità, i loro riferimenti. Ma non ha cambiato, nemmeno di una virgola, l’attaccamento ai loro territori, ai loro lavori.

Tenacia e tanto coraggio nel voler ricominciare tutto, praticamente dal nulla; anzi, dalle macerie.

Rimboccarsi le maniche e non mollare fin da subito; immediatamente dopo aver riacquistato la lucidità offuscata dalla disperazione di aver perso tutto, dal dolore di aver perso delle vite.

Rimboccarsi le maniche e ricominciare, forti anche delle promesse di aiuto fatte dal Governo ma forti, soprattutto, della propria tenacia nel non arrendersi.

Ma se le conseguenze della calamità di un sisma si possono sconfiggere esiste qualcosa, in Italia, con cui fare i conti diventa davvero un’impresa ardua: la burocrazia.

Burocrazia che si accosta alle tante promesse disattese da parte del Governo e che creano un mix devastante, non più sul piano strutturale ma su quello morale.

Possibile si è mosso fin da subito, sia con aiuti umanitari che con azioni politiche (qui una panoramica di alcune delle azioni intraprese), concentrandosi proprio sul tessuto produttivo e commerciale di quei territori, la cui ripartenza è di fondamentale importanza per rimettere in moto l’intero sistema.

La nostra deputata Beatrice Brignone si è recata più volte nelle zone colpite dal sisma; ha visitato aziende e imprese, ha parlato con proprietari e proprietarie e raccolto le prime urgenti necessità. Ci siamo messi a disposizione dei sindaci.

Abbiamo interpellato il Governo, spronandolo sulle emergenze abitative e quelle produttive.

Non ci fermeremo, certo. Non si fermerà Beatrice né tutta la comunità di Possibile.

Ma, nel frattempo, il tempo passa e le emergenze rimangono e, tristemente, il tutto è condito da un Governo delle promesse non mantenute, o distorte nei fatti concreti, e da una burocrazia che inchioda al palo tutta la tenacia e la voglia di ricominciare di quelle persone.

Ci sarebbero tante testimonianze da ascoltare; io ho scelto quella raccolta da Barbara Righini per Il Fatto Quotidiano e che qui di seguito vi riporto:

Sisma centro Italia, l’agricoltore ostaggio della burocrazia: ‘Telefonate e carte inutili, ma nessun aiuto. Perdo il raccolto

Francesco Fortuni è un agricoltore di 37 anni, lo scorso anno i suoi magazzini sono andati distrutti con il terremoto. Con i magazzini è andato perso anche il raccolto. Fiducioso ha deciso di resistere e, in attesa di un sostegno concreto, si è rimboccato le maniche, ha seminato ancora ma gli aiuti non sono arrivati e a distanza di un anno dal sisma rischia di perdere nuovamente il raccolto e la speranza, ostaggio di burocrazia e vuoti normativi

A metà fra il rassegnato e il disperato, Francesco Fortuni, 37 anni, non sa più a che santo votarsi. Il suo raccolto 2017 di patate e legumi in meno di un mese sarà pronto e lui, titolare dell’azienda agricola Lorenzo (a Montemonaco, in provincia di Ascoli Piceno), ad oggi non sa dove stoccarlo. “La notte non ci dormo, sogno che l’ho perso”, ci racconta con la voce che tradisce angoscia.

Montemonaco, circa 600 anime prima del sisma che nel 2016 ha colpito il centro Italia (ora non sono più di 260), si trova a 988 metri sul livello del mare, ai piedi del Monte Sibilla, a pochi chilometri dall’epicentro sia del terremoto del 24 agosto, sia di quelli del 26 e del 30 ottobre. Con le scosse, la sede principale dell’azienda agricola Lorenzo e i magazzini sono andati perduti, perdute anche le scorte dell’anno precedente che si trovavano all’interno. Il coltivatore, padre di un bimbo piccolo, ha fatto subito richiesta per avere tre container, era il 27 settembre 2016. La prima risposta concreta è arrivata, dalla Regione, il 20 luglio 2017. Fortuni ha perso circa 25mila euro di incassi, perdita che è stata protocollata e inviata all’ufficio competente. “Il punto è, abbiamo poi capito, che non c’era la normativa per il mio tipo d’azienda. L’ordinanza numero 5 emessa dal Commissario Straordinario per il sisma concede stalle e fienili d’emergenza, forniti direttamente dalla Regione, agli allevatori. La mia attività non è però contemplata. Io non ho animali, lavoro la terra”. L’ordinanza 5 è datata 28 novembre, alla 5 ne sono seguite altre 30, in un susseguirsi di norme e cavilli fra cui è difficile districarsi. “E’ talmente complicato – ci ha detto Giovanni Bernardini, presidente Copagri Marche – che anche i tecnici faticano a trovare il bandolo della matassa. Noi abbiamo chiesto che sia stilato un Testo Unico. Il fatto è che le procedure sono chiare per chi le ha scritte ma non per chi deve avventurarsi nell’interpretazione”. L’ordinanza numero 9 (emessa il 14.12.2016) stabilisce come chiedere la delocalizzazione d’emergenza per le attività produttive ma le imprese agricole non sono considerate, è solo con la numero 12, a gennaio, che il legislatore integra la mancanza.

“Io andavo in Comune, chiedevo ai tecnici, loro chiamavano in Regione ma non mi spettava alcuna struttura d’emergenza. A un certo punto, preso dalla disperazione, avevo deciso di mollare. Mi ero arreso – ci ha raccontato l’imprenditore – in tre minuti mi aveva portato via il lavoro mio e di mio padre, di oltre 50 anni. Le patate non le ho raccolte, tanto non sapevo dove metterle, e già stavo pensando di andarmene. Con un bimbo piccolo non potevo restare. Grazie al sostegno della mia compagna e della Protezione Civile ho deciso di non mollare e ho investito ancora, seminando. Speravo che con il passare dei mesi qualcuno concedesse anche a noi, che non abbiamo bestiame, una struttura d’emergenza”.

La pratica intanto era persa nei meandri della burocrazia: “Mi sono reso conto che stavo solo perdendo tempo in telefonate e giri inutili. Ho deciso, con tutta la frazione di Cese, di affidarmi a un tecnico ma, anche per lui, è stato complicato farsi ascoltare”. Fra le problematiche c’è il fatto che l’azienda e gli annessi agricoli dell’azienda Lorenzo si trovano in zona rossa, al momento ancora bloccata, impossibile quindi, per ora, procedere con la ricostruzione. La strada è quella della delocalizzazione temporanea, le strutture vanno portate in un’altra zona, ma ci sono condizioni precise. “La grande difficoltà che abbiamo trovato è capire quale fosse l’ufficio competente. Se dovevamo dialogare con la sezione agricoltura della Regione Marche o con l’ufficio speciale per la ricostruzione di Ascoli Piceno”, ci ha detto l’ingegnere Roberto Brasili, che da marzo sta seguendo il caso di Fortuni.

Il 20 luglio 2017 è arrivata la prima risposta concreta dagli uffici competenti, la pratica è stata presa in considerazione ma viene chiesta documentazione integrativa e i tempi stringono. A brevissimo patate e lenticchie devono essere raccolte: “Io chiedo solo di poter lavorare. Avrei chi mi dona un container ma sto trovando difficoltà a ottenere l’autorizzazione per posizionarlo. Se gli uccellini lo preferiscono verde – continua fortuni quasi ironico – lo facciamo verde, basta che io possa avere un posto dove mettere i prodotti. La campagna non aspetta”.

(fonte)

 

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Classe ’77, Operatore Tecnico Specializzato 118 e formatore BLSD e PTC, ex Portavoce Comitato Possibile 5.0 di Genova, orgogliosamente Possibilista.

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Classe ’77, Operatore Tecnico Specializzato 118 e formatore BLSD e PTC, ex Portavoce Comitato Possibile 5.0 di Genova, orgogliosamente Possibilista.

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