Pasticceria Svizzera

L’imprenditore Gregorio Fogliani ha richiesto il fallimento di Moody Srl e del marchio Pasticceria Svizzera, società controllate da Qui!Group il cui fallimento risale allo scorso settembre con 600 esuberi in tutta Italia di cui 300 nella sola Genova.

Ora si aggiungono altri 56 esuberi in una città che sta morendo giorno dopo giorno con il suo salotto buono che si trasforma in saracinesche chiuse.

Non so di preciso come sia potuto accadere che Qui!Group si riducesse ad avere 320 milioni di euro di debiti visto il consistente numero di aziende clienti (forse il buono pasto più usato nella città che aveva visto la sua nascita e diffusione), dimostrato anche dai 15.000 creditori tra bar, ristoranti e negozi che accettavano i ticket in pagamento dai loro avventori.

Pur capendo la “reazione a catena” mi viene difficile anche capire come possa fallire Moody la cui posizione oggettivamente garantiva un buon numero di clienti in pausa pranzo: avvocati e personale del Tribunale, impiegati di Costa Crociere e di tutti gli uffici di Piccapietra, personale delle Banche e che era supportato da ottime recensioni se guardate su TripAdvisor ad esempio.

Quello che so e che la reazione negativa sull’occupazione non si fermerà qui per la nostra città.

Siamo sopravvissuti, stringendo i denti, all’alluvione del 2014 ma stavolta non so davvero come potremo andare avanti. “Qui! Ticket” mi deve quasi trentamila euro.  Ho dovuto spiegare ai miei 15 dipendenti che per la prima volta non posso pagare la quattordicesima con puntualità e purtroppo, se continua così, dovrò anche lasciare a casa qualcuno. Da aprile ho provato in tutti i modi a sollecitare il pagamento dei miei crediti ma stamattina, quando ho letto che la società è fallita, ho capito che non c’è più nulla da fare.

Questa è la testimonianza al Secolo XIX del gestore da 32 anni del Parador, storico locale di Piazza della Vittoria.

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Come lui, gli altri creditori minacciano a loro volta licenziamenti e chiusure se non riusciranno a riscuotere il corrispettivo dei ticket con cui i clienti di sempre pagavano i pasti; ticket che ora sembrano diventati carta straccia.

Inoltre il fisco non aspetta e l’IVA su questi buoni pasto ricevuti dovrà essere versata regolarmente, perché in Italia si versa su quanto fatturato, indipendentemente se l’importo è stato incassato o meno. Ma ci sono altre conseguenze. Nello stesso articolo il titolare di una pizzeria dichiara:

Senza contare il calo degli affari: a pranzo il 90 per cento della clientela pagava con i buoni pasto, chi non può più usarli non viene e si porta il pranzo da casa, vediamo ogni giorno i nostri vecchi clienti seduti sulle panchine con i panini.

Spesso leggiamo le notizie sullo smartphone in fretta, ci dispiacciamo per quello che comportano, ma non ci rendiamo conto che la chiusura di un’attività causa una catena di altre crisi e ha come conseguenza la perdita di altri posti di lavoro o complicazioni fiscali ed economiche per chi si trova ad affrontare la situazione.

E quella catena potrebbe arrivare fino a noi.

Chissà come, ma parlare di buoni pasto e dei locali dove migliaia di lavoratori e lavoratrici, non solo a Genova, ogni giorno li utilizzano mi porta a fare una riflessione sulla pausa pranzo e su come nel tempo ha rappresentato un momento importante della giornata lavorativa.

Ricordo che a casa mia ogni giorno si cucinava un piatto in più, era quello che in quel contenitore ermetico in alluminio vedevo portare via da mio padre che, essendo lavoratore turnista, spesso non consumava il pasto alla mensa dell’Italsider.

Ricordo i racconti di mensa di mia madre (Pernigotti) e mia suocera (Ansaldo), luogo in cui si parlava dei problemi sul lavoro, ma in cui anche si rideva, scherzava e faceva “gossip”.

Foto di Roberto Zabban; la pausa pranzo nella mensa aziendale della Siemens. Anno 1962

Mio suocero, che lavorando in Fincantieri a Sestri Ponente e abitava a pochi metri dalla fabbrica, riusciva a tornare a casa, mangiare qualcosa anche se tutto un po’ di corsa, ma almeno salutava per un attimo suo figlio, mio marito, che era appena tornato da scuola.

Ognuno poteva raccontare la sua storia di quel momento, ma in fondo le storie erano tutte uguali, un momento di pausa dai ritmi della fabbrica, dal “fiato sul collo” di chi controllava (dei “marcatempo” ne parliamo un’altra volta).

Lo scorso anno c’è stata anche una bella mostra fotografica a Bergamo, curata dalla Fondazione Dalmine: “Pausa pranzo. Cibo, industria, lavoro nel ‘900” e la foto più antica era del 1890, scattata al porto di Genova che mostrava come il cibo venisse trasportato con i gozzi agli operai dei cantieri navali della Ansaldo.

Oggi il contenitore ermetico in alluminio è diventato un box con un cavetto USB che si può collegare al Pc per riscaldare il cibo contenuto.

Pausa pranzo in ufficio

Oggi il rigido rispetto degli orari di entrata e uscita e i turni della mensa non esistono più e, a volte, il tempo impiegato per cibarsi ci fa sentire in colpa, perché sembra tempo rubato al lavoro e così si mangia davanti al computer senza quasi interrompere la produzione.

I buoni pasto ci permetterebbero di essere serviti da un bar fino a una trattoria, ma spesso li utilizziamo per comprare alimenti in negozi e supermercati, piatti già pronti.

Siamo contenti perché in effetti risparmiamo e quei ticket ci durano di più, ma eccoci a fissare lo schermo mentre mangiamo la zuppa pronta, tanto osannata dall’ultima pubblicità, che abbiamo riscaldato al microonde e quel che è peggio e che lo facciamo da soli, niente più discussioni che vanno da questioni sindacali al semplice gossip, dall’aprirsi con un collega su un problema che ci mette in ansia al racconto delle ultime vacanze.

Tutto questo incrementato dal nuovo modello di lavoro parcellizzato in cui molti non hanno neppure più un vero posto di lavoro, perché sempre meno necessario e quindi diventa precario anche dove pranzare.

La differenza è tra chi ha colleghi in carne ed ossa con cui passare questo tempo di stacco e chi lo passa con un panino e il tablet sulle ginocchia per rispondere all’ultima chiamata nei tempi previsti.

Sembrerebbe comunque tutto perfetto, le aziende forniscono le maestranze (suona strano, non si usa più chiamarle così, oggi è in uso “collaboratori”) di buoni pasto e loro hanno la discrezione di dove e come spenderli, le mie riflessioni di prima forse sono solo “romanticherie”.

Purtroppo la riflessione successiva è che i nuovi arrivati sono spesso tirocinanti, stagisti, lavoratori precari a cui il buono pasto non viene elargito, nella maggior parte dei casi non viene dato neppure ai lavoratori somministrati, anche se ne avrebbero diritto tecnicamente; ma si sa: le riduzioni dei costi…

Non solo: il “non stipendio” che molti di loro prendono non permette certo di sedersi al tavolino del bar per pranzare di tasca propria a meno di non pesare sulle famiglie.

La prima volta in cui ho avuto un contratto di lavoro stabile a Genova non avevo buoni pasto, allora non molte aziende li usavano, ma visto che venivo da Novi Ligure e che non avevo voglia di portarmi il pranzo da casa ogni giorno, vista la distanza e le alzatacce, andavo solitamente a pranzo in una trattoria; ma il mio stipendio, uno stipendio reale, pieno, corrispondente al mio livello, mi permetteva tranquillamente di farlo.

Anche per questo il numero di persone che ogni giorno affolla locali come il Moody va a diminuire a vista d’occhio e allora non sarà solo la crisi di Qui!Group a far chiudere gli esercizi che contavano sul pranzo per stare a galla e che a quell’ora occupavano camerieri e addetti alla cucina che serviranno sempre in minor numero.

Sempre di più ritorneranno a preparare a casa un piatto in più da portare il giorno dopo al lavoro con i nuovi contenitori super accessoriati.

Ragioniamoci! Non avere una #GiustaPaga non crea solo danno a chi è in quella condizione lavorativa precaria e sottopagata, ma a tutto un indotto che è cresciuto dagli anni ’90 di boom di questa nuova forma di welfare aziendale e che ora fa tutta la spesa della crisi economica, finanziaria e dall’incertezza che regna tra chi lavora.

Ogni volta che leggiamo una notizia di corsa sullo smartphone non consideriamola fine a se stessa, ma fermiamoci un attimo a ragionare sulle conseguenze.

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Novese di nascita, genovese per amore. Laureata in informatica. Vivo in equilibrio tra il lavoro di formatore, il tentativo di creare software senza errori, la lotta alle ingiustizie sul lavoro e la passione per la storia e condivido tutto con mio marito e mio figlio.

Inguaribile possibilista del Comitato Full Monty di Genova.

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