È passata una settimana dall’implosione che ha riempito i palinsesti di tutte le TV e le prime pagine dei giornali.

È dal 14 agosto 2018 che il tempo qui, nella Genova di Ponente, è scandito anche “dal Ponte”.

I messaggi della Polizia Locale nel canale Telegram della Protezione Civile si susseguono; un’occhiata prima di muoversi per vedere se Corso Perrone, Via Perlasca, Via 30 giugno, Via Fillak, sono chiuse o aperte; il traffico, le strade chiuse per le modifiche della viabilità in preparazione del nuovo percorso per l’aeroporto e l’autostrada per interi fine settimana.

Tutto questo con la sua coda di polemiche e commenti di cui i social traboccano.

Dopo “l’implosione perfetta” molti gioiscono; come si fa a gioire con il ricordo di 43 persone morte, mi chiedo.

Prima dell’esplosione c’è chi si lamenta dei giorni di ritardo, qualcuno se la prende con la burocrazia, qualcuno con gli abitanti della zona che continuano a far rimandare perché hanno paura delle “polveri sottili” (veramente sarebbe amianto) nonostante tutti i rimborsi ricevuti e nonostante sia gente che ha vissuto da sempre sotto un’autostrada; gente che non comprende che il traffico è diventato insostenibile per che abita ancora più a ponente e ha solo l’Aurelia.

C’è chi continua a sostenere che non era necessaria la demolizione: che bisognava ricostruire tenendo le vecchie pile e manutenzionandole a dovere; si sarebbe fatto prima.

E siamo alla prima storia di ordinario egoismo.

L’importante è che io, che non abito e non frequento la Valpolcevera, possa ritornare a percorrere le strade, a risparmiare il mio tempo; chi è stato colpito dalla tragedia del resto se l’è voluta andando a vivere sotto l’autostrada.

Il dito è puntato su Società Autostrade e sulla sua manutenzione, sulla revoca della concessione, sul fatto che dovrà pagare.

Premetto che io avrei preteso la ricostruzione del ponte dalla stessa società nel più breve tempo possibile, perché comunque, anche in caso di revoca, il bene doveva essere restituito integro, ma è solo una mia opinione.

Volevo provare però a riavvolgere il nastro del tempo e a chiedermi, a chiedervi, cosa sarebbe successo se in un rapporto Autostrade avesse dichiarato che il ponte non era più gestibile con la normale manutenzione, che non venivano più date assicurazioni sulla sua integrità, perché a rischio crollo imminente e quindi l’unica soluzione prospettata era l’abbattimento e la successiva ricostruzione.

Il rischio era serio e il ponte andava chiuso al traffico.

Un’ipotesi neanche tanto remota visto che nel 2006 c’era al vaglio della Società Autostrade e del Governo l’ipotesi di abbattere e sostituire quel ponte problematico e a tale proposito l’architetto Calatrava fece una proposta al governatore Burlando come potete leggere in questo articolo .

Si decise di non farlo, quindi, per non bloccare il traffico. In tutti gli anni dal 1967 ad oggi non si è riusciti a costruire una strada alternativa e il risultato è stato evidente.

Ma non voglio parlare di fattibilità, voglio che chiudiate gli occhi e pensiate alla vostra reazione a una tale notizia.

Parlo naturalmente a chi abita lontano dalla zona rossa o arancione, dove le persone sarebbero sicuramente sgomente e preoccupate per le loro case, parlo a tutti noi che non sentiamo il rumore dei camion e delle auto tutti i giorni sulle nostre teste e non ne capiamo la preoccupazione.

Derisione?  “Sicuramente Società Autostrade e i politici sono d’accordo per guadagnarci.”

Rabbia? “Non è possibile! Come arriverò al lavoro? Non pensano a chi abita a Ponente?”; “Non pensano a noi abitanti della Valpolcevera? Saremo bloccati qui!” ; “Abito nel Levante e lavoro a Sestri Ponente, non voglio usare treni e autobus strapieni e sporchi.”

Indifferenza? “Boh, io quel ponte non lo faccio mai”; “Vivo a Levante, i miei disagi saranno contenuti” .

Forse, però, dovrebbero uscire frasi del tipo:

  • Che benefici porterà a Genova? Vedrò di informarmi sul progetto.”
  • “Meno male, finalmente che abita sotto il ponte non avrà paura di vederselo cadere addosso!”
  • “Finalmente! Avevo paura a percorrerlo, dondolava tutto!”
  • “Sarà dura, ma come cittadino cercherò di partecipare alle Assemblee Pubbliche e ai dibattiti per avere meno disagi possibili e vigilare con gli altri che tutto sia fatto nel rispetto dell’ambiente e della salute.”
  • “Ho un appartamento sfitto, se sfollano le famiglie lo offrirò all’Amministrazione.”
  • “Lotterò perché i servizi pubblici siano adeguati e fruibili a tutti durante i lavori, anche se abito a Levante mi darò da fare.”

Ecco, l’ordinario egoismo è la differenza fra il primo gruppo di frasi ed il secondo; è l’atteggiamento di chi si preoccupa soltanto del proprio bene e del proprio interesse, senza nessuna cura dei problemi, delle esigenze e dei diritti altrui.

E quante storie di ordinario egoismo affrontiamo ogni giorno nella nostra città quando commentiamo sulla Gronda, sul Terzo Valico.

E sulla possibilità del tram in Valbisagno dove piovono frasi del tipo:

  • “è pericoloso per le moto.”
  • “e le auto dove passano?”

Detto da chi va solo in moto e da chi non userebbe un servizio pubblico “perché l’auto è più comoda e posso andare e tornare quando voglio”, anziché:

  • “che bello, meno inquinamento!”
  • “meno male oggi è difficile mantenere un veicolo col costo della benzina, del bollo, dell’assicurazione; e dura, per chi non se lo può permettere, andare al lavoro.”

Quante storie di ordinario egoismo ogni giorno in Italia quando:

  • siamo indifferenti a 43 persone che su una nave stanno in mare in condizioni critiche sotto il sole cocente di cui ci lamentiamo tanto perché non ci fa dormire la notte nei nostri comodi letti;
  • quando non scioperiamo per i colleghi precari e sfruttati perché abbiamo paura di perdere il nostro lavoro e così diventiamo ricattabili e sfruttati a nostra volta;
  • quando ci da fastidio una mamma sull’autobus piena di borse della spesa, col passeggino aperto e dentro un/a piccolo/a che dorme; e le chiediamo cosa è venuta a fare in Italia e le intimiamo di chiudere il passeggino e non pensiamo che, noi fortunati/e, abbiamo avuto la possibilità di usare comode auto con comodi ed ergonomici seggiolini per la prole, con ampio bagagliaio per la spesa e quelle fatiche non abbiamo mai dovuto farle.

Il resto dell’elenco di storie egoiste lo lascio compilare a tutti noi.

Ma chiederei una cosa:

ogni volta che facciamo un’azione, un commento, non pensiamo solo a quale disagio quello che stiamo per fare/commentare comporta per noi, pensiamo anche a che vantaggio potrebbe portare agli altri, magari meno fortunati di noi.

Noi che abbiamo avuto la fortuna o la possibilità di comprare un appartamento in una bella zona, magari davanti al mare e coi servizi comodi.

Noi che abbiamo la possibilità di comprare auto e moto e di poter pagare bollo, assicurazione, benzina.

Noi che in questo momento stiamo nelle nostre case o nei nostri uffici (perché per fortuna un lavoro lo abbiamo) con l’aria condizionata (e non pensiamo troppo all’ambiente e all’inquinamento).

Noi che la gita in barca la facciamo durante le vacanze e magari si chiama Crociera.

Noi che non siamo i parenti e gli amici delle 43 vittime del Ponte Morandi.

Noi che stiamo per andare in vacanza e che dovremmo pensare che una buona estate dovrebbe essere per tutti.

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Bio & Info

Novese di nascita, genovese per amore. Laureata in informatica. Vivo in equilibrio tra il lavoro di formatore, il tentativo di creare software senza errori, la lotta alle ingiustizie sul lavoro e la passione per la storia e condivido tutto con mio marito e mio figlio.

Inguaribile possibilista del Comitato Full Monty di Genova.

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Autrice

Novese di nascita, genovese per amore. Laureata in informatica. Vivo in equilibrio tra il lavoro di formatore, il tentativo di creare software senza errori, la lotta alle ingiustizie sul lavoro e la passione per la storia e condivido tutto con mio marito e mio figlio.

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