Cinquant’anni fa Genova fece uno dei suoi più grandi errori nel nome del “boom economico”: l’addio definitivo alla rete tranviaria.

All’epoca la rete tranviaria genovese era riconosciuta un’eccellenza da tutta l’Europa. Una rete efficiente e di rara estensione e capillarità in un territorio, quello genovese, non certo facile. Eppure i rotabili dell’epoca non solo si districavano nelle principali tratte cittadine ma si inerpicavano su tutte le zone collinari del centro cittadino.

Il “tipo Genova“, così venivano chiamate le “littorine”, erano la conferma di un TPL confortevole e veloce; entrate in servizio nel ’39 oggi sono ancora in forza sulle linee di Innsbruck.

Se non è questa, a distanza di 50 anni, testimonianza di un errore colossale, ditemi voi qual è.

Ma il “boom”, all’epoca, non guardava in faccia a niente e a nessuno e non teneva certo conto di parametri quali l’efficienza di un “sistema” di trasporto.

Era l’epoca industriale (a Genova ne sappiamo qualcosa), l’epoca dove “l’oro nero” si pensava fosse “fonte di salvezza” dalla quale dissetare tutti i problemi del Paese; era l’epoca delle “utilitarie”: l’automobile non era più un lusso alla portata di pochi ma diventava strumento indispensabile alla portata di tutti; era considerata “una di famiglia”, quasi al punto che se non c’era l’auto non c’era nemmeno la famiglia.

Era anche l’epoca di una “nuova urbanistica” dove la cementificazione copriva tutto: di li a pochi anni si sarebbe consumata un’altra delle tante pagine da cancellare della storia cittadina: il Centro dei Liguri; ma questa è un’altra storia.

Ma un “boom”, una moda, può essere ritenuto responsabile? No, ovviamente no. E’ l’uomo, come sempre, l’unico responsabile, perché è l’uomo che compie le scelte.

Fu l’uomo a dare il via, nel 1964, all’Operazione Rotaie che vide il suo compimento due anni più tardi, nella notte fra il 26 e 27 dicembre, quando l’ultima “littorina” percorse  la linea 12, quella di Prato.

Si chiudeva così un epoca trionfale per il TPL genovese, mettendo fine ad un modello d’eccellenza (ci tengo a ripeterlo) riconosciuto da tutta l’Europa.

Un suicidio consapevole.

Consapevole principalmente per due motivi:

  • il primo che già nel ’64 le arterie cittadine mostravano i segni dell’inevitabile affollamento veicolare che era solo agli inizi ma inarrestabile;
  • il secondo (forse il peggiore) perché si pretendeva di trovare soluzioni innovative quando la vera innovazione era già lì. Non c’era da fare altro se non pensare a come migliorarla ulteriormente.

E dopo tante peripezie, fatte di investimenti fallimentari come i filobus nel ’73 poi ripresi nel ’97 (giudicate voi i risultati), 50 anni dopo Genova presenta il conto. In realtà, però, sarebbe più giusto dire che si tratta di un conto in sospeso, che si è cercato di ignorare ma che oggi pretende di essere saldato.

E se il conto che presenta Genova, a chi pensa che tornare sulle “vie ferrate” sia utopia, pare salato, sommategli pure quello che presenta l’ambiente e giudicate voi quale possa essere il più conveniente da pagare.

Personalmente non ho intenzione di pagare il totale. Personalmente voglio essere parte delle voci di sgravio di un bilancio pesantissimo come quello restituito dall’inquinamento. Mi smarco, eccome.

Insieme a Possibile scelgo una progettualità di senso, l’unica percorribile, l’unica in grado di risolvere la maggior parte dei problemi di un TPL inadeguato e oneroso.

Appoggio (l’appoggiavo anche prima) la visione progettuale che da anni il Comitato SìTram si batte per portare in auge. Partiamo dalla Val Bisagno e proseguiamo a levante, a ponente, passando dal centro e fino alla Val Polcevera.

E facciamolo senza indugi, con progetti seri e attenti ai minimi particolari e pensiamo al futuro.

Ci costerà è vero, ma non ci costerà più di quanto fino ad oggi abbiamo già speso.

Ammortizzeremo i costi nel tempo grazie alla resa che solo i rotabili sono in grado di dare, come dimostrano ancora oggi le “nostre” littorine del ’39 e i tanti altri rotabili d’epoca che, senza andar troppo distante, troviamo circolanti nelle regioni a noi confinanti.

Ammortizzeremo i costi anche con i contributi del Governo e con una ricerca precisa nei fondi comunitari europei.

Progettiamo una trasportistica intelligente e sostenibile, in grado di fare “rete” e di offrire finalmente collegamenti rapidi in tutta l’area metropolitana.

In grado di farci risparmiare sui conti di un’Amt sempre più disastrata (anche con politiche di controllo più stringenti, non solo sull’evasione) che, solo questo, non mi pare poco.

Partiamo da quella stessa Valbisagno che per ultima ha salutato il tram e che per prima ha pagato fin da subito il prezzo di un’isolamento sempre più crescente, oggi insopportabile.

A chi mi dice che le “sedi protette” non sono applicabili sulle strade genovesi rispondo che, banalmente, una corsia preferenziale non è poi molto diversa da una sede protetta.

A chi mi dice che un sistema tranviario non è sostenibile per la viabilità genovese rispondo, meno banalmente, che se un sistema di TPL è efficiente diventa un sistema competitivo, e se è competitivo è anche attrattivo; e se è attrattivo diviene il primo strumento per l’incentivazione al NON uso dei mezzi privati e alla conseguente decongestione dei flussi di traffico.

A chi mi dice che il tram è propaganda elettorale, rispondo che NO, semmai è propaganda ambientale.

A chi mi dice che riportare il tram a Genova è utopia, rispondo che la vera utopia è l’oblio in cui le scelte passate ci hanno rinchiuso e se questo non basta, si guardi intorno, dalle regioni italiane all’Europa, in quelle città che non hanno mai abbandonato i rotabili e in quelle che oggi li hanno rimessi. Siamo circondati di utopia.

Cinquant’anni fa è stato commesso un errore, enorme. E’ molto più facile ammetterlo che cercare giustificazioni.

Questa è la Genova che vorrei ed è una Genova possibile.

 

 

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Classe ’77, Operatore Tecnico Specializzato 118 e formatore BLSD e PTC, ex Portavoce Comitato Possibile 5.0 di Genova, orgogliosamente Possibilista.

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Classe ’77, Operatore Tecnico Specializzato 118 e formatore BLSD e PTC, ex Portavoce Comitato Possibile 5.0 di Genova, orgogliosamente Possibilista.

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