Il giudice del lavoro di Lanciano, Cristina Di Stefano, ha accolto il ricorso di un lavoratore della Sevel di Atessa(Chieti) a cui il 7 febbraio 2017 fu impedito di andare al bagno e si fece la pipì addosso.

Vi ricordate di questa vicenda? Era il 7 febbraio 2017 quando ad un operaio addetto alla catena di montaggio della Sevel di Atessa, azienda del gruppo FCA nella quale si preparano prevalentemente veicoli commerciali a marchio Fiat Professional, Lancia, Citroën e Peugeot, veniva negato il permesso di recarsi in bagno per espletare i propri bisogni fisiologici, con il risultato che lo stesso, giunto allo stremo, abbandonando la propria postazione si urinò addosso.





Oltre a negargli più volte i permessi di recarsi al bagno, gli venne negata anche la possibilità di cambiarsi gli indumenti una volta che questi erano zuppi di urina, costringendolo a restare alla propria postazione fino all’ora della pausa.

Quell’episodio, come giusto che fosse, generò l’indignazione di tutta l’opinione pubblica e, ancor più vergognoso, fu il fatto che da parte di FCA non vennero presi provvedimenti disciplinari nei confronti dei capireparto che misero in atto questo gesto oltraggioso alla dignità di ogni individuo.

Solo qualche richiamo e “le scuse” all’operaio.

Scuse che risuonavano (e risuonano ancora) come uno schiaffo ulteriore, alla dignità della persona e alla dignità del lavoro.

Venne avviata la battaglia legale, si mobilitarono i sindacati e ci fu anche un’interrogazione parlamentare in proposito.

Oggi, finalmente, quella battaglia di civiltà si è conclusa con la condanna alla Sevel SpA a risarcire economicamente l’operaio.





A deciderlo è stato il Tribunale di Lanciano, che, accogliendo il ricorso dell’operaio non autorizzato all’abbandono della propria postazione, assistito dall’avvocato Diego Bracciale, ha disposto che lo stabilimento dovrà corrispondergli una somma di 5mila euro, più la rivalutazione monetaria e le spese di giudizio.

Secondo la ricostruzione dei fatti che si legge nella sentenza, erano le 16.45 del 7 febbraio 2017 quando il lavoratore ha azionato la prima volta il dispositivo di chiamata-emergenza per potersi allontanare dalla postazione, senza che nessun team leader si portasse nella sua postazione.

L’operaio ha dunque azionato il dispositivo di chiamata- emergenza della postazione vicina, sempre con esito negativo e alla fine ha chiesto ai team leader che si trovavano nei paraggi il permesso di recarsi alla toilette, senza però ottenere risposta positiva, fino a quando, giunto allo stremo, e non avendo alternativa alcuna, lasciava la postazione e correva verso i servizi igienici, non riuscendo ad evitare di minzionarsi nei pantaloni.

Nonostante ciò – si legge ancora – riprendeva immediatamente il suo lavoro; chiedeva di potersi cambiare in infermeria, ma tale permesso gli veniva negato, tanto che il lavoratore è riuscito a cambiarsi solo durante la pausa, alle 18, presso il cosiddetto “Box Ute”, al cospetto di tutti i lavoratori vicini, donne comprese.

Personalmente sono felice di questa sentenza che certamente ha restituito giustizia, difendendo e tutelando la dignità di questo operaio e di tutti i lavoratori e lavoratrici.

La dignità di ogni individuo non si ferma davanti ai cancelli di una fabbrica; la dignità è un valore intrinseco della nostra stessa esistenza e a nessun altro individuo è concesso di violarla, violentarla e umiliarla.





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Classe ’77, Operatore Tecnico Specializzato 118 e formatore BLSD e PTC, ex Portavoce Comitato Possibile 5.0 di Genova, orgogliosamente Possibilista.

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Classe ’77, Operatore Tecnico Specializzato 118 e formatore BLSD e PTC, ex Portavoce Comitato Possibile 5.0 di Genova, orgogliosamente Possibilista.

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